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"C'è un altro mondo, ed è in questo" (Paul Eluard)
E' stato proprio bello, oggi, partecipare a quella conferenza sulla storicità del Corano. La teneva uno dei professori che ho avuto la fortuna di seguire per due anni, Massimo Campanini, e che ora insegna Storia dell'Islam all'Orientale di Napoli (che, al momento, è il non plus ultra per lo studio della lingua araba e dell'islamistica in Italia). La conferenza era sull'ermeneutica di Nasr Hamid Abu Zayd, scrittore e professore egiziano che ho avuto la fortuna di conoscere. Friggevo sulla sedia, quasi, perchè sarei voluta intervenire e dire un sacco di cose, ma purtroppo il tempo per gli interventi non è stato a sufficienza. In particolar modo, il secondo intervento è stato lunghissimo, c'è stato un ragazzo che ha fatto un sacco di osservazioni, alcune pertinenti, altre invece, incentrate sulla traduzione di alcuni termini del Corano, pur essendo interessanti, sono state poste con un pò di arroganza, così che l'interlocutore non si è accorto che stava creando una contrapposizione (in realtà non esistente) tra il suo punto di vista e la presentazione del professore. Il paradosso è stato quando mi è venuto da pensare che, in realtà, il ragazzo stava confermando senza accorgersene il pensiero di Abu Zayd pur volendolo contrastare, come è stato più tardi messo in evidenza dal prof stesso. Incredibile quanto si possa essere confusi!Ciò mi ha fatto pensare che, a volte, chi si sente molto coinvolto in queste tematiche (e quindi gli arabi o musulmani in generale a maggior ragione) finisce per fare opposizione a oltranza, spesso senza molta lucidità, e sono un pò goffe e buffe, queste persone che finiscono per cozzare contro il muro che hanno eretto loro stessi. Mi ha ricordato una bellissima scena descritta da Salman Rushdie ne "I figli della mezzanotte", quando c'è il nonno del protagonista che prega e, per troppo fervore, finisce per sbattere il naso e la fronte sul suolo, facendosi male. ^^
Per il resto, ho deciso di starmene tranquilla per un pò con i pensieri, il mio motto da qualche giorno a questa parte è so c'mon, just be patient and don't worry, che sono sicura che me lo merito il fatto i mettere un pò da parte i pensieri sul futuro incerto. Per ora mi godo ancora lo scintillio degli occhi che mi provoca l'interessamento agli argomenti come quello trattato nella conferenza, che si sa ormai che la cultura arabo-islamica è il mio pane e mi piace troppo. I know I deserve that much.
Bene@ Categoria --- > letteratura, università, mondo arabo-islamico Questa mostra è il risultato del laboratorio di scrittura creativa a cui ho avuto la fortuna di partecipare nel primo semestre e di cui ho scritto in questo post di dicembre. Non nego che mi sono emozionata un pò a leggere i nomi di chi ha partecipato scritti in questo post qua sotto!!!!! ^^ Bene@ Mercoledì 1 aprile 2009 - inaugurazione ore 12,30 MUSTANBIH: LA TENDA DELLA POESIA, IL CAMMINO DEI VERSI
Università degli Studi di Milano. Facoltà di Scienze Politiche Polo di Sesto SG, Aula T1, Piazza I- Montanelli, 1 Un appuntamento alla casa editrice A Oriente! fissato dalla direttrice Anna Schoenstein tra lei, una sua collega e me. Un incontro con una docente di lingua araba, Jolanda Guardi, che mi fa tornare alla memoria un testo di Adrienne Rich che avevo trovato fondamentale nei miei anni di insegnamento, Prendere sul serio le studentesse. Studentesse che, a partire dall’idea delle Mu'allaqat,tradizione di poesia araba del VII secolo, hanno scritto in versi il loro sentire.
Il riferimento è ai poeti della "giahiliyya", così gli Arabi chiamano il periodo pre-islamico, prima cioè della nascita del Profeta. Jolanda e Anna mi spiegano che la tradizione vuole che il nome Mu'allaqat, "le Appese", si riferisca al fatto che i testi scritti ("con lettere d'oro", specifica Goethe nel suo Diwan) di queste poesie sarebbero stati appesi, per la loro particolare bellezza, nella Ka'aba. Le Moullaq’at, anticamente scritte sulle ossa di cammello (la scapola, preferibilmente, perché larga e piatta) o su foglie di palma, avevano contenuti ben precisi: l’elogio di se stessi, lo spregio nei confronti di una persona appartenente ad un’altra tribù e altri temi. A partire da questi le ventitre studentesse hanno elaborato pensieri, forme e tecniche utilizzando come supporto per la scrittura foglie rubate agli alberi cittadini o a piante della campagna. E il risultato è davvero affascinante: le foglie, a differenza dei fogli, generalmente rettangolari, hanno forme diverse, forme che risultano stimolanti e che richiedono adattamenti particolarmente creativi.Così la scrittura può seguire il contorno e l’arabesco può nascere dalle nervature, in una relazione feconda tra espressione creativa e forma naturale. Gioielli questi lavori poetici su foglie, gioielli le giovani studentesse che li hanno creati e le docenti che le hanno sostenute e consigliate. Una preziosità di progetto e di lavoro che suggerisce una sintonia con una suggestione: l’idea che il nome delle “appese” non derivi solo dalla consuetudine di appendere i testi ma anche dalle gemme appese ad una collana.Una sintonia che si ritrova anche nell’assonanza tra la parola foglia e la parola foglio, sia in lingua italiana che araba (waraq) che in altre (in spagnolo hoja significa sia pagina che foglia). Antonella Prota Giurleo
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