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"C'è un altro mondo, ed è in questo" (Paul Eluard)
![]() Una cosa che mi diverte un sacco: le vetrine straripanti, pronte a rifornirti di valangate di scarpe, sovraffolllate come certe zone dell'Egitto ^^ Beh, approfittando dell'invisibilità di cui godo, intanto scrocco la connessione al centro commerciale, che purtroppo manca alla sera (deve essere di qualche negozio che poi chiude), lasciandomi parzialmente insoddisfatta (XD)
Beh, la vita qui ad Alessandria è meno tranquilla di quanto mi immaginassi…è una città affascinante per certi versi ma anche faticosa, per cui dopo giorni di tanto girovagare mi ritrovo ad alzare bandiera bianca e riposarmi almeno oggi, senza muovermi troppo… Qui, durante le ore più calde, l’afa ti stronca. Che tu sia una tesista volenterosa e diligente oppure no. In più ci sono i tassisti, che molte volte sono spericolati e costosi. Letteralmente ci tengono a pelare le persone. Ma più che una questione di soldi, io proprio ho paura di loro, anche se purtroppo non posso fare a meno dei loro servigi, dato che qui è quasi impossibile girare a piedi, anche solo per il caldo. L’altro ieri, ad esempio, non sono riuscita a trovare un market qua vicino, quindi ho dovuto fermare un tassista vecchietto e farmi portare ad un centro commerciale un po’ lontano, chiamato Green Plaza. Lì oltre a fare la mia prima spesa egiziana ho anche incontrato i miei amici e mi sono fumata la prima shisha della mia vita, che non era niente male. Io non fumo e non mi piace intossicarmi, ma con la shisha hai la bocca e il naso che sanno di mela e quindi mi sembrava un fumo un po’ buffo, quello lì. Come se fosse smog profumato…o come dice Ippo, “come fumarsi un aerosol”!!Buaahhahhah XD Ma andiamo con ordine, che non ho raccontato ancora nulla di Alessandria. Arriviamo il 17 luglio con il treno Special e la stazione di Alessandria è più incasinata di quella del Cairo. Bissando sulle mie avventure nel trovare una casa, alla fine io e miei ci siamo ritrovati in un hotel di lusso in Midan Sa’ad Zaghlul a farci spennare per 8 giorni, dal 18 fino al 26. Il problema è che qui ad Alessandria c’è un turismo un po’ particolare, di solito ci vengono i ricconi in vacanza dagli altri paesi arabi e i manager occidentali a fare affari, chiedendo quindi hotel di un certo tipo, stralusso. E infatti qui fioriscono Hilton, Four Seasons e Sheraton, che sono in realtà spesso palazzoni moderni abbastanza fuori luogo che non mi piacciono granché. Molto più bello il nostro hotel, che era invece un palazzo antico risalente all’era dell’Alessandria cosmopolita, ad inizio ‘900. Stava proprio sopra al Trianon, un caffè greco risalente sempre a quell’epoca, dove si dice andasse sempre il poeta greco-alessandrino Constantine Kavafis. Si dice inoltre che Kavafis lavorasse proprio negli uffici sopra al Trianon. Forse era anche per questo che mi piaceva parecchio il nostro albergo, aveva un’anima letteraria. Un altro hotel famoso in Sa’ad Zaghlul è invece il Cecil Hotel, dove Lawrence Durrell ha ambientato parte del suo famosissimo “Quartetto di Alessandria”. Il 19 luglio ho trascorso tutto il giorno alla Bibliotheca Alexandrina, che è qualcosa di bellissimo e spettacolare, anche se ho dei sentimenti contrastanti verso questo tipo di opere. Penso che qui molte cose avrebbero la priorità rispetto a questo, anche se non nascondo che la biblioteca è piacevolissima e mi piace il fatto che sia diventata un punto di riferimento e di ritrovo per i giovani alessandrini. Alla fine è un posto moderno e di cultura. In ogni caso, continuo comunque a sostenere che per gli egiziani dovrebbe essere completamente gratuito, invece pagano 2 ghinee, che non è molto ma è pur sempre qualcosa che ti devi levare dalle tasche. Ho passato un sacco di tempo dentro alla biblioteca come una bambina in un negozio di caramelle. Non ho trovato granchè per la mia ricerca, ma era anche perché ero disorientata da tutto quel ben di Dio di cultura intorno a me, e poi ho passato un po’ di tempo a visitare i musei. Sono stata all’Antiquities Museum e al museo dei manoscritti, che mi ha impressionato parecchio. Aveva tra le altre opere delle lettere scritte su dei supporti in pelle da Muhammad ai vari re o potenti dell’epoca, dal capo copto a quello di Roma, ai persiani. Pensa te… Il 20 luglio invece siamo andati nella parte dell’Alessandria antica e abbiamo visitato l’anfiteatro greco-romano, la Colonna di Pompeo e Serapeo e le catacombe di Kom ash-Shoqqafah. E’ stata la parte più povera della città che ho visto, nonostante anche il lungomare (che qui chiamano al-Corniche) sia per la maggior parte costeggiato da palazzi fatiscenti. Questa zona è molto povera e, per questo motivo, anche molto pericolosa. Almeno, così mi ha detto un signore piuttosto anzianotto che ho incontrato un paio di giorni dopo la mia visita in una libreria del centro. Stavo comprando un libro sulle catacombe e lui mi ha chiesto se c’ero andata. “It’s really dangerous there”, ha aggiunto. Meno male che non ci è successo nulla!Mentre passavamo nella strada interna tra la colonna di Pompeo e le catacombe e notavo la povertà intorno a me, mi sono sentita vulnerabile e un po’ impaurita, oltre che mortificata per ciò che vedevo. Ma l’ostilità delle persone, quella non l’ho sentita. Eravamo gli unici stranieri a passare di lì, eppure ho chiesto indicazioni a due vecchietti seduti fuori da una moschea al caldo e alle mosche, e sono stati molto gentili e disponibili. Altri sorridevano. L’aspetto più interessante dei viaggi, e specialmente in quei paesi che fanno parte del mondo arabo-islamico, è venire a contatto con la “normalità” e la quotidianità delle persone, poter respirare finalmente a pieni polmoni dopo l’intossicazione mediatica e allarmistica che regna incontrastata in Occidente, spesso ingiustificatamente. E uno, poi, vivendo le esperienze, si fa le proprie, di valutazioni, o semplicemente osserva senza esprimere giudizi pressanti. Il che è una gran bella cosa, se si è capaci di capirla. Io ho cercato di prenderla così. Le catacombe mi hanno affascinato per la loro tangibile stratificazione di civiltà, con le tombe che mano a mano andavano ad aggiungere elementi di diverse estrazioni con il passare del tempo…prima la civiltà egizia, poi greca, poi romana (comprese le persecuzioni cristiane, purtroppo)…insomma, proprio interessante. Mi ha fatto un sacco di tenerezza la guida/custode delle tombe, che ci spiegava le cose parlando di “El-mommy” (praticamente usava l’articolo arabo e il vocabolo in inglese!!) e quando è arrivato a spiegare la parte sulle persecuzioni cristiane continuava a dire che li avevano uccisi i romani e che tutto ciò accadeva prima dell’avvento dell’Islam….poveretto… Il 21 luglio invece siamo stati nella zona del porto est, abbiamo camminato dal nostro hotel fino al forte di Qayt Bey, che distava circa mezz’ora da noi. Nel tragitto ho anche visto la moschea di Abu el-Abbas el-Mursi, che è recente ed è stata costruita da un architetto italiano di nome…nientepopòdimenoche…Mario Rossi!!!Ehehehe, assurdo!!! ^^ Sembra quasi una barzelletta ma è la verità. In realtà non si tratta di una moschea sola ma di tre e nel complesso sono belle, anche se moderne. Il Forte di Qayt Bey mi è piaciuto molto, è una sorta di castello moresco con dei giardini intorno, in riva al mare, che si dice sorga sul luogo dove una volta si trovava il mitico faro di Alessandria – una delle sette meraviglie del mondo antico. A Parte questo aspetto leggendario, nel forte non c’è quasi nulla, ma è un posto molto suggestivo dove fare foto e dove sono nati alcuni dei miei scatti migliori, o almeno più significativi, dato che purtroppo non sono un granché come fotografa! Dopo la visita al forte abbiamo cercato di raggiungere la zona del porto ovest, ma eravamo decisamente troppo stanchi e, anche se lo stavamo costeggiando, era quasi impossibile vedere il porto, quella zona è un assembramento continuo di capanne diroccate e navi e gente poverissima che vive in condizioni igieniche disperate. Ci sono rimasta perché non pensavo che il porto fosse così diroccato e inutilizzabile e invece, a quanto ho capito, oggi è veramente poco utilizzato, perfino per i commerci. Dalla zona del porto abbiamo chiamato un taxi sfasciatissimo e ci siamo fatti a portare a Montazah (praticamente ad est, dall’altra parte di Alessandria), dove ci sono dei bei giardini e un palazzo principesco, fatto costruire sul modello di Palazzo Vecchio a Firenze (e per questo non mi ha entusiasmato, c’azzeccava poco con il contesto). Il palazzo è stato fatto costruire dalla monarchia egiziana ma ora ci sta quel furbone di Mubarak, che tra l’altro mi sembra assomigliare sempre di più a Berlusconi e non è certo una buona cosa. Anche questa cosa del palazzo è vergognosa, mi chiedo cosa se ne faccia di una casa così, quando potrebbe farla diventare un museo e quindi patrimonio pubblico, con grande beneficio per la popolazione. Alla sera abbiamo preso un taxi per tornare a casa e abbiamo avuto la fortuna di incontrare Muhammad, un tassista simpaticissimo che era contentissimo che parlassi arabo e che sembrava la versione egiziana di Alberto Sordi. Mi chiamava per nome con un accento che faceva crepare di risi e ogni volta che faceva una battuta mi batteva il cinque!Era una situazione troppo divertente e ad un certo punto è passato da una stradina stretta e affollatissima dove c’era un negozio di telefoni e si è ciondolato fuori dal finestrino chiedendo non so cosa al negoziante per farmelo vedere e io ero davvero spanciata!! Mi ha lasciato anche il bigliettino da visita nel caso io e i miei avessimo avuto bisogno di passaggi, ma poi non l’abbiamo più chiamato, peccato perché era semplicemente spassoso XD (Altre avventure con i tassisti che non avevo ancora annotato - 1°: nel tragitto per la stazione dei treni al Cairo mi è arrivato sul piede uno scarafaggio marrone in versione gigante!!Anche questa è stata, a suo modo, un’iniziazione! 2°: passeggero che ha caldo e chiede se si può abbassare il finestrino, tassista che pianta una frenata incredibile, scende dalla macchina con la manopola, la inserisce nello sportello vicino al passeggero e abbassa il finestrino) Il 21 in realtà abbiamo girato poco perché al pomeriggio avevo un appuntamento con l’agenzia/scuola di arabo che mi ha trovato l’appartamento in cui mi trovo ora. Abbiamo vagato per la zona di Shatby senza riuscire bene ad individuare le tombe (tra le quali sembrerebbe trovarsi anche la tomba di Alessandro Magno) e il Museo nazionale, anche se è stato comunque interessante perché la zona di Shatby è un’area dove si trovano tantissimi cimiteri che rendono conto delle diverse confessioni e comunità etnico-religiose esistite o ancora oggi esistenti all’interno della città: cimitero greco-ortodosso, greco-cattolico, armeno, copto, copto-ortodosso, cimitero latino di Terra Santa... Il 23 luglio invece ho avuto la fortuna di visitare la casa di Constantine Kavafis, che si trova in un vicolino insospettabile di una via del centro, e che mi ha affascinato non poco. Sarà che a me sono sempre piaciute le case degli scrittori e degli intellettuali, mi sembra che in esse si respiri un’aria diversa. La casa è in realtà molto semplice e con poco mobilio, ma mi ha da subito riportato all’atmosfera di fermento culturale dell’Alessandria di quell’epoca, con i tappeti orientali e i mobili semplici, i reperti ellenistici in bella mostra nella camera da letto, i libri del poeta tradotti in varie lingue… Voglio procurarmi l’edizione italiana di una raccolta intitolata “Settantacinque poesie”, in copertina ci sono dei versi che mi hanno lacerato il cuore, penso di aver provato qualcosa di simile a quello che dice di aver sentito Cohen a proposito del suo incontro con l’opera di Garcia Lorca. Eccoli: E se non puoi la vita che desideri | cerca almeno questo | per quanto sta in te: non sciuparla | nel troppo commercio con la gente | con troppe parole in un viavai frenetico. | Non sciuparla portandola in giro | in balìa del quotidiano | gioco balordo degli incontri | e degli inviti, | fino a farne una stucchevole estranea. (Constantine Kafavis) Dopo questa tappa siamo finiti invece al Museo nazionale di Alessandria, che in realtà non mi è piaciuto molto, l’ho trovato “scontato” e poco esplicativo, con la sua suddivisione tra parte antica (civiltà faraonica), parte greco-romana e parte moderna, che comprendeva e assimilava l’Egitto copto islamico e moderno. In più mi ha condizionato la discussione che ho avuto con la ragazza che stava alla biglietteria, di una maleducazione e cafonaggine mai viste. Oltre ad essersi rifiutata di farmi lo sconto studenti perché non avevo dietro la carta d’identità (Eppure le stavo parlando in arabo!), dopo si è anche adirata quando ci siamo rifiutati di entrare in tre perché mia madre ha deciso di rimanere fuori. Incredibile! In certi posti qua ad Alessandria ho visto trattare i turisti come pezze da piedi, eppure noi non siamo persone ignoranti che vengono solo per spendere soldi e fare foto e penso che si veda. Alla Colonna di Pompeo e Serapeo mi volevano impedire, invece, di fare fotografie, solo perché volevano essere corrotti con un po’ di bakshish, di mancia. A quel punto mi sono incavolata da morire, ero stata al Cairo ma non mi era successo nulla del genere pur avendo visitato monumenti ben più rilevanti di quello. E poi è assurdo, non eravamo in un museo o in luogo al chiuso. Fatto sta che alla fine ho potuto fare le mie foto e abbiamo avuto anche un tizio della shurta che ci ha scortato e fatto da guida sotto il monumento, dove c’è una specie di santuario sotterraneo che veniva anche utilizzato come magazzino. Il 25 invece ci siamo concessi un giorno di mare, anche se qui ad Alessandria non è particolarmente bello: le spiagge pubbliche in questo periodo sono affollatissime e piene di sporcizia e per andare sulle spiagge tenute bene mettendo il costume si deve passare per alberghi molto costosi ma con servizi mediocri (come il Paradise Inn Beach Resort ad al-Ma’moura, che sconsiglio a chiunque passi di qua) o il Mediterranean Azur Hotel, che invece è costosissimo ma ha un servizio eccellente (e ci mancherebbe altro, dopo tutto quello che uno spende). Ci siamo concessi comunque un giorno d’abbronzatura (ero bianchissima e ne avevo proprio bisogno per rinnovarmi un po’ la pelle), ma la giornata ha riconfermato il fatto che Alessandria non è proprio un posto dove andare al mare, a meno che non si sia disposti ad uscire un po’ fuori città. In più c’è il problema dell’uso del costume, pratica che qui è minoritaria perché molte donne si fanno il bagno vestite. Penso che a loro ormai venga naturale, ma ancora mi chiedo come fanno a non stare male, con tutto il caldo e la sabbia e l’acqua sui vestiti appiccicati alla pelle, considerazione forse banale ma inevitabile. A me serviva proprio un po’ di abbronzatura, ora ho la pelle liscissima, a riconferma che il sole fa proprio bene. Altra cosa penso invece della pratica dell’hijab (= velo, ma letteralmente significa “protezione”), che ho sempre visto come un qualcosa di non necessariamente oppressivo. E’ vero che molte donne lo scelgono e qui ne ho avuto la riconferma. Sia qui che al Cairo le vedo indossare il velo ma godere anche di una certa libertà. Magari hanno il velo ma escono da sole, per dire. Se ne vanno al Parco al-Azhar a chiacchierare con le amiche sedute nel prato o si attardano all’università. Ad Alessandria invece si siedono ai caffè con i ragazzi e fumano shishah. Ovviamente tutto assume una forma più smussata in questo modo. Ti rendi conto che la religione è sicuramente molto sentita qui, lo vedi dai simboli “corporei” utilizzati (velo, barba, piaga sulla fronte degli uomini che pregano molto) e dai richiami alla preghiera, sempre molto seguiti e sentiti. Ma ti accorgi anche che dietro alla scelta di molte pratiche (come quella del velo, appunto) ci sono anche motivazioni squisitamente pragmatiche: ad esempio, la possibilità di interagire in modo più libero con gli uomini, oppure lo smog. In questo il velo rappresenta una “protezione” da non sottovalutare, dato che in questa stagione in particolare, con tutte le macchine e i taxi che ci sono in giro, l’inquinamento dell’aria ad Alessandria raggiunge livelli altissimi. E poi ci sono le ragazze che si legano il velo alla spagnola, così che davanti assume la forma di una cuffietta coloratissima e dietro fino in fondo è attorcigliata, lasciando intravedere anche qualche ciuffo di capelli. Così è come portare un cappello. Le ragazze che lo portano così, se sono benestanti, di solito portano anche jeans stretti e tacchi alti, per cui penso che in questo modo, nonostante il risvolto estetico lezioso e gradevole, ci si allontani un bel po’ dal simbolo religioso e si tenda a fare del velo un accessorio di moda. Ma a me questo aspetto è piaciuto, anche se può sembrare una contraddizione: ben venga la normalità e la rielaborazione culturale, anche la più effimera e poco profonda, purché non diventi ipocrisia. Mi ha scioccato invece molto di più chi usa il velo come “feticcio religioso”, svuotandolo di gran parte del suo senso. Se la moda toglie al velo parte del suo significato originario, il fanatismo, la superstizione e l’ignoranza possono fare ancora peggio. E allora si vedono donne (soprattutto turiste provenienti dai Paesi del Golfo) coperte integralmente, non solo con burqa nero ma addirittura occhiali da sole (rigorosamente firmati), guanti, calze e scarpe nere. Praticamente non si salvava un centimetro di pelle. Secondo me ciò raggiunge la ridicolaggine più assoluta. Io non parlerei di una donna oppressa, nonostante l’uomo accanto a lei fosse un ragazzo aitante in pantaloncini corti verso cui chiunque indirizzerebbe il suo sdegno/rabbia. Invece no. Io ho provato rabbia verso di lei, quella riccona che non sa fare altro che provare un morboso piacere nel sentirsi integralmente parte di qualcuno, che così la sua posizione di privilegio anche (e soprattutto) economico non ne verrà mai intaccata. Che “svelarsi” agli occhi degli altri (in tutti i sensi) è molto più compromettente e pericoloso, perché significa mettersi in gioco se stessi e la propria intelligenza. Questa signora l’ho vista al museo del Cairo e mi ha fatto pensare a tutte le mamme che non si velano per tanti motivi e uno di questi è il fatto che non possono pensare se è meglio o no stare velate, devono crescere dei figli e lavorare e rimboccarsi le maniche, invece che andare a fare le turiste in giro con il marito al Museo egizio. Come sempre, quindi, si tratta non solo di fanatismo, anzi quello assume una dimensione molto più contenuta quando, come in questo caso, ci si scontra con l’assoluta mancanza di buon senso – fosse solo senso pratico. Altro feticcio è il mushaf (= volume, libro) del Corano, che vedo purtroppo in bella mostra nelle vetrine dei caffè e dei negozi di vestiti, oppure sui cruscotti delle macchine dei tassisti, pieni di polvere e di sporcizia. Mi chiedo dove sia finito il primo livello di rispetto per il testo sacro, quello della pulizia delle mani prima di toccarlo. E lo vedo ridotto ad un oggetto per scacciare il malocchio lanciato ai tassisti imprudenti, o utile a testimoniare l’autenticità della fede religiosa di una catena di caffè brasiliani o di una marca di vestiti, e mi fa pena. Penso che Dio non sia in nulla di tutto ciò. E arriviamo al 25 luglio e ai preparativi per lasciare l’albergo ed entrare nella mia nuova casina. Bayti. Il 26 luglio ho lasciato tristemente i miei, anche se si è trattata di una vacanza “particolare” e impegnativa, alla fine ci siamo divertiti a viverla insieme e devo dire che alla fine, dopo la fase delle reciproche accuse, siamo riusciti a uscirne fuori bene insieme e loro si sono adattati moltissimo. Hanno fatto molto e si sono davvero adattati, riuscendo a colmare quel livello di esigenza che da figlia educata a essere consapevolmente critica ho sempre riversato – e spesso eccessivamente o con modi sbagliati – su di loro. Il 26 entro quindi nella mia nuova casa, e le storie da raccontare fino ad oggi non sono molte, o almeno non sono interessanti come quelle già esposte. Sono storie di me che va spesso in biblioteca e cerca di trovare l’ispirazione per iniziare a scrivere la tesi, me che gli mancano gli affetti, me che scrocca internet da un centro commerciale, me che non trova un supermercato e perciò si mangia riso e tonno per due giorni ^^ Una storia di vita quotidiana particolarmente interessante è quella dell’omino dell’acqua, un individuo che ho avuto la fortuna di “scoprire” ieri. Praticamente si tratta di un signore che se ne sta con un frigo a vendere acqua e bibite ai prezzi del supermercato in un vicolino strettissimo tra due palazzi, e quando l’ho trovato mi sembrava un miraggio, talmente avevo sete e non riuscivo a trovare un market aperto a pagarlo oro. Viva l’omino dell’acqua. E voi direte: "Ma non abiti sopra ad un centro commerciale???" E, sì. Ma vendono solo vestiti, borse, scarpe e ancora scarpe. ![]() Baytiiii ^^ (la mia casina)
Bene@ Scrivo al termine di una fase che si chiude, quella della permanenza con i miei genitori in Egitto, mentre avrei voluto affidare a questa mia paginetta sulla rete la maggior parte dei miei pensieri durante questo viaggio con loro. Per la terza volta Mabruka fi Misr, questa volta prima al Cairo e poi ad Alessandria. Spero mi sia rimasta gran parte dei ricordi… Arriviamo al Cairo alla sera del 13 luglio, devo dire che ero abbastanza agitata soprattutto per la presenza dei miei, non volevo che si trovassero a disagio e inoltre era il loro primo viaggio veramente “impegnativo” rispetto a tutto quello che avevano provato primo ad allora. Arriviamo al Cairo e il transfer che avevamo prenotato non c’è, non so quante volte ho pensato “porcaccia zozza” in questi minuti, maledicendo l’hotel che non si era ricordato. Dopo aver conosciuto lo staff dell’albergo, che era davvero gentilissimo, mi sono pentita di aver esposto tanta rabbia, sembravo indemoniata ^^ Il nostro hotel era ben messo ed era nel quartiere di Giza, ovviamente anche se controvoglia siamo stati costretti a scegliere un albergo di alto livello, dato che qui le condizioni di vita e soprattutto igieniche sono – purtroppo – molto precarie. Quando guardavo fuori dalla finestra dell’hotel vedevo molti sobborghi fatiscenti, Giza è una zona molto povera nonostante ci siano un sacco di turisti. La nostra guida qualche giorno dopo mi ha spiegato che solo il quartiere del Cairo contiene circa 7 milioni di abitanti, mentre con le altre due circoscrizioni (Giza e qualcosa tipo ‘Attaba) l’intera metropoli raggiunge i 18 milioni di abitanti. Pazzesco… solo attraverso questi numeri mi sono resa conto che qui i problemi possono essere amplificati di decine di milioni di volte. Se in queste zone dovesse diffondersi l’influenza suina proveniente dall’Europa e dagli Stati Uniti, sarebbe una strage – diventerebbe un’epidemia inarrestabile. Ciò che mi faceva più tenerezza in assoluto erano i bambini che giocavano con le caprette fuori dal nostro hotel, quelli che abitavano in questa specie di “favelas”. Uno si affaccendava a far volare un aquilone correndo per la strada, quasi in mezzo alle macchine. Spesso al Cairo i marciapiedi non ci sono ed è praticamente impossibile girare a piedi in certe zone. In più le macchine si infilano dappertutto. Mia mamma era angosciata dal bimbo con l’aquilone, da maestra d’asilo qual è, a me ha instillato una serie di riflessioni sulla capacità di sopravvivenza di queste persone, che è altissima. Molti bisogni nostri non li hanno – e meno male – e nemmeno molti altri problemi. Ciò che mette loro in difficoltà, invece, per noi sarebbe insormontabile. Una volta avevo letto un post che diceva che quando si va in Egitto o, in genere, si vive in uno di questi paesi con difficoltà economiche, si capisce che Dio esiste. Niente di più vero. Io aggiungo che questa gente per vivere ha bisogno di molta solidarietà e umorismo, altre due risorse che non mancano qui. La solidarietà della gente per la gente è – in genere – insuperabile. L’umorismo è parimenti necessario per vivere, e devo aver letto qualche intervista dove Nasr Abu Zayd diceva che è parte integrante dello spirito egiziano – sono in grado di affermare anche questo, ormai. Per quanto riguarda la solidarietà, al Cairo in zona Cimitero settentrionale c’è un ospedale per la cura dei tumori dei bambini, la nostra guida (Nasser) ci ha spiegato che è stato costruito con i soldi della gente comune per la gente comune, senza alcun aiuto governativo. L’ospedale è stratosferico ed è una prova tangibilissima della solidarietà a cui accennavo prima. Ma voglio passare alla spina che ho nel fianco, prima di ritornare a descrivere questa bellissima esperienza e a parlare delle bellezze storiche e moderne del Cairo. Il Cimitero settentrionale, come lo chiamano in alcune guide, è in realtà “la città dei morti”, un posto allucinante. Mi hanno riferito che in questo cimitero che ho visto vivono più di 120000 persone (praticamente come la città di Como), della quale la maggior parte sono gente scappata dalla zona di Suez e dalle sue campagne dopo la guerra del ’67. Non avendo dove andare, si sono riversati in questo cimitero dove vivono in una povertà estrema. Occupano le cripte delle famiglie benestanti, di cui sono diventati i custodi permanenti, dormendo in letti arrangiati e all’aperto, in condizioni economiche e igieniche precarie, utilizzando i servizi che i padroni delle cripte facevano costruire nelle tombe per poterli avere a disposizione se la visita al defunto durava tutto il giorno. Vedere questa realtà mi ha scosso moltissimo. Mi sono chiesta perché quasi nessuno ne parla. Eppure non mi sembra di essere una persona disinformata. In ogni caso ieri ho provato a fare una ricerca su internet e ho trovato alcuni rapporti su questa situazione disastrosa, soprattutto quello di Peace Reporter, che devo però ancora leggere bene. In ogni caso non mi sembra di aver letto nulla sugli sfollati del ’67. Sicuramente dietro questa faccenda c’è la volontà congiunta del governo egiziano e delle pressioni internazionali di mantenere il silenzio in un modo o nell’altro – anche convertendo delle persone in dei defunti viventi. Mi chiedo dove sia l’umanità e la giustizia in tutto questo. Ancora una volta arrivo a pensare che anche tra i poveri della Terra ci siano gerarchie di “importanza” e priorità. In Occidente si sventolano a gran voce i diritti umani e poi si vede solo ciò che si vuol vedere. E’ orribile. Certo il problema è enorme – si parla pur sempre di 120000 persone – ma io ne ho visti un bel po’ di palazzi dismessi al Cairo. Se ci fosse la volontà politica vera di trovare un’altra sistemazione a queste persone non penso che sarebbe impossibile. E invece rimangono lì, in questa enorme area murata che si staglia nel cuore della Cairo antica, a ricordarci che la vita e la morte sono separate da un filo sottilissimo. Io non mi dimenticherò questa parte di mondo. Cairo è “Umm al-Dunia” in arabo, “la madre del mondo”. Non solo per le sue dimensioni imponenti, non è la metropoli più popolosa. Ma sicuramente è una delle più antiche e con il ventre gravido di mille genti diverse e di mille contraddizioni. Per questo ci ho lasciato un pezzetto del mio cuore, nonostante abbia anche visto cose che non mi sono piaciute per nulla. Il 14 luglio abbiamo trascorso praticamente tutta la giornata al Museo egizio del Cairo (al-Mathaf al-misriyy), che è un grande palazzone di un colore rosa scuro tendente al rosso non molto bello. Appena entrati abbiamo avuto l’impressione che dentro ci fosse tutto il mondo, va bene che è estate e l’Egitto si riempie di turisti, ma non avevo mai visto un museo così affollato in vita mia!!Era quasi impossibile parlare. Per disperazione ci siamo “affittati” una guida fuori dal museo, uno dei tanti egiziani freelancer che parlava italiano e che si era proposto come accompagnatore. Così abbiamo conosciuto Nasser, che ci ha accompagnato in tutte le nostre escursioni al Cairo, corredati di pulmino e autista (era impossibile girare a piedi!). Il museo assomigliava ad un’enorme soffitta di una nonna egizia, con relative bacheche in legno impolverate, anche se alla fine devo dire mi ispirava senso di avventura, con quel suo aspetto così trasandato. Ovviamente peccato per i tesori inestimabili che contiene, tra cui il bellissimo tesoro di Tutankhamon. Abbiamo visto una ragazza che copiava i gioielli disegnandoli, visto che non si potevano fare foto. Oltre a questo tesoro mi sono rimasti impressi gli oggetti riguardanti Akhenaton – che era il faraone più “verista” e infatti si faceva ritrarre così com’era, nella sua bruttezza – e il pavimento appartenuto ad un tempio a lui dedicato, che era stato scoperto da poco e per anni utilizzato da contadini come copertura per una stalla o qualcosa del genere. Una fortuna che sia stato recuperato! Dopo il museo abbiamo provato ad affrontare il caos cittadino e ci sono state le prime esperienze con la metro e con i tassisti. La metro del Cairo è meglio di quella di Milano – con grande scorno dei superbi leghisti. In più avevo letto di una divisione tassativa tra uomini e donne, invece io ho visto che alla fine c’era un po’ di tutto, e poi noi eravamo così occupati ad arrivare a destinazione che salivamo dove ci capitava e senza separarci per non perderci. Mi hanno fatto più problemi alle file per i biglietti alla stazione o ai musei, dove di solito le corsie – invece di essere una per l’entrata e una per l’uscita – sono una per donne e una per uomini. Ho trovato che questo sistema sia una forzatura, anche perché gli egiziani non sono certo quelli che rispettano le distanze di cortesi, anzi se devono fare un biglietto del treno o ritirare qualcosa ad uno sportello ti vengono vicinissimi, manco fossi sua sorella o la loro vicina di casa. Mi sembra una contraddizione con le file separate, anche perché poi immancabilmente non c’è una coda regolare e la precedenza al turno è di chi se la prende, quindi finisce sempre che nell’uscire dalle code tra uomini e donne ci si scontra – anche se prima si era divisi. La sera del 14 siamo andati poi a Hadiqat al-Azhar (Parco al-Azhar), un posto stupendo che consiste in un grande giardino illuminato di sera, con vari punti di ristoro, dove si gode di una vista mozzafiato, dato che si trova nella parte della Cairo islamica. Il posto è davvero meraviglioso e c’erano molte spose a festeggiare, ci siamo stati sia il 14 sia l’ultima sera (il 16) anche perché si mangiava benissimo. Certo è un posto molto costoso per gli egiziani visto che si paga l’ingresso, e anche se non ho gradito questa selezione, devo dire che il parco è molto “vissuto”, ad ogni ora del giorno e della notte ci trovi bimbi che giocano e spose e gente che chiacchiera, donne sedute in cerchio nei prati, e bambine curiose. Mi sono imbattuta infatti in queste due bimbe egiziane che erano curiosissime, hanno cominciato a chiedermi in inglese da dove venivamo e quando hanno sentito che spiccicavo qualche parola in dialetto erano ancora più contente. Hanno cominciato a riempirmi di complimenti, erano davvero troppo carine e ne ho trovate molte qui. Molto spesso ti si avvicinano e l’altro giorno a mia madre hanno offerto un pacchetto di patatine. Secondo me lo vedono dalla faccia accogliente che è una maestra d’asilo di quelle brave ^^ Il 15 invece siamo stati a Giza e a Saqqara, sempre appresso a Nasser e al suo pulmino guidato da Samir, questo omaccione un po’ impacciato che mi faceva tenerezza. Le piramidi di Giza sono stupende e hanno un qualcosa di divino, davvero. L’ho pensato più volte mentre ero là sotto. La strada e il traffico sono vicinissimi alla piana, anche se sinceramente a me non ha dato fastidio. Da una parte è suggestivo vedere il Cairo dall’alto e in direzione di Giza accorgersi che, ad un certo punto, dove finiscono le case all’orizzonte si staglia la geometri millenaria e quasi intatta delle piramidi. Sono anche riuscita ad entrare nella piramide di Micerino, quella più piccola. Il corridoio di accesso è talmente stretto e basso che ho fatto bene ad entrare in questa e non in Cheope, che doveva essere faticosissimo e anche abbastanza inutile. A parte la suggestione, dentro le piramidi non è rimasto davvero nulla. Ho dovuto litigare un po’ con il custode della piramide, che mi voleva far entrare nel sarcofago di pietra rimasto lì per fare la mummia. “Non sono quel tipo di turista idiota”, gli volevo dire.
La signora di Giza è però la Sfinge (Abu al-Hawl in arabo, ossia: “Il padrone del terrore”), nome che gli è stato attribuito dopo dalla mitologia greca (dove le sfingi erano esseri con corpo di leone e testa di donna che si divertivano a mangiare la gente se non risolveva i loro indovinelli) ma che in realtà è un leone con la testa del faraone Chefren, come simbolo della sua intelligenza e potenza e come statua protettrice delle piramidi. Tra le zampe reca una stele con un’iscrizione attribuita a Thutmosi IV. E’ chiamata “la stele del Sogno” perché questo faraone, per legittimare la sua presa del potere, raccontò di aver sognato la divinità-Sfinge predirgli il suo futuro glorioso di faraone – il tutto mentre Thutmosi si riposava tra le sue zampe dopo una partita di caccia. Dicono che la Sfinge sia piccola e deludente, io l’ho trovata perfetta e stupenda!! Saqqara invece è più suggestiva – dopo la Valle del Nilo si arriva in questo luogo desertico e più lontano dal trambusto cittadino. La piramide è la più antica ma mi è piaciuta di meno, forse perché è a gradoni. Molto ben tenuto è invece il museo, dove ci sono pochi reperti ma è davvero moderno. Mi ha impressionato molto vedere la statuetta di Horus (il dio raffigurato come un falco) che viene tenuto in braccio e allattato da Iside, Nasser ci ha spiegato che i cristiani copti hanno preso da qui la posizione della raffigurazione della Madonna con Gesù bambino e in effetti anche la mitologia legata a Horus sembra avvicinarsi molto alla storia di Gesù. Un esempio di come la spiritualità umana, al di là di ciò in cui si vuole credere, assuma spesso forme simili nello spazio e nel tempo. Parentesi sui tassisti, che merita: qui sono davvero degli scellerati. Ne ho trovati molti davvero simpatici, come Walid, che era giovane e scanzonato. Guidava come un pazzo facendomi aumentare i capelli bianchi in testa, ma era davvero simpaticissimo. Mio padre gli faceva il segno d Ok e dicendogli “Formula Uno”, per sdrammatizzare. Ad un certo punto ha acceso la radio a palla e ha cominciato a suonare il clacson a tempo di musica, facendomi crepare di risi. Sembra che qui il clacson serva a tutto meno alla sua funzione principale, ed è usatissimo. Ce ne sono vari, tra l’altro, anche con suoni di ambulanze giocattolo. Con Walid siamo passati dal caos della zona intorno alla cittadella, con un bel trambusto genuino di umanità cairota, che non mi dimenticherò mai. Mi sembrava di essere su una giostra che correva all’impazzata, in quel momento. ‘Aziz invece era dolcissimo, una sorta di baba, appena ha sentito che parlavo in mabrukese (la mia versione personalissima di arabo fusha, dialetto e inglese) si è illuminato e ha cominciato a insegnarmi, con grande vantaggio della sottoscritta. Mi ha detto che la settimana dopo andava in vacanza a Hurghada dalla sua famiglia ed era davvero simpatico ^^ Il 16 luglio siamo andati a spasso per la Cairo islamica. Abbiamo visitato prima il quartiere copto, con i suoi ghetti ebrei e le chiese copte e i quartieri islamici, Anche se si chiama così, ci si trova un po’ di tutto in quanto a gente e a religione, tanto che viene spesso accostato a Gerusalemme. Mi è piaciuta moltissimo questa zona, molto suggestiva. Le sinagoghe erano davvero stupende e siamo entrati anche nella Chiesa di San Sergio, dove è stato stranissimo osservare la prima Chiesa della mia vita con le scritte in arabo dappertutto ^^ Dopo siamo entrati nella moschea di Amr Ibn al-Aas, la più antica d’Egitto, molto bella ma in gran parte restaurata. E’stata la mia prima volta dei piedi coperti senza scarpe e del velo in testa. Nasser mi prendeva in giro dicendo che ormai ero diventata egiziana e mi dovevo cercare un fidanzato egiziano…. No no!! A me manca il mio khatibi habibi (che spero adesso mi stia leggendo dall’Italia!!), altrochè. Poi siamo stati nella moschea di alabastro o di Muhammad Ali, dove si trova la sua tomba ed è di epoca ottomana. Bellissima, checché ne dicano male nelle guide. La moschea di trova dentro un’area murata chiamata al-Qal’a (la Fortezza o cittadella), che domina la Cairo islamica da un’altura ed è visibile quasi dappertutto, soprattutto dal Parco al-Azhar. Siamo stati poi anche al Cimitero settentrionale (…), alla moschea-madrasa di Sarghatmish (dove sono anche salita sul minareto per vedere tutta la città!!Un’esperienza unica…non a caso il Cairo è chiamata anche “La città dei minareti”, e ci sono più di 3000 moschee antiche) e naturalmente Gami’ al-Azhar. In quest’ultima ho visto anche una bacheca dove si possono ritirare gratuitamente dei libretti di stampo propagandistico-informativo, mi hanno ricordato un po’ i ciellini in questo, ma alla fine non è poi così male per i turisti. Non ho ancora visionato il materiale, però, non so se è valido o no, ma penso sia comunque una voce da ascoltare. Il pomeriggio tardi ci siamo tuffati invece nel caos del suq di Khan el-Khalili, un mercato affollatissimo dove vendono davvero di tutto e dove ho comprato un quadro stupendo (presto seguirà fot dimostrativa!!! ^^ ) facendomi un po’ spennare (ma mi piaceva troppo!!) e dove mi sono seduta a sorseggiare un karkadè al-Fishawi Coffehouse, che dicono fosse il caffè dove si sedeva Nagib Mahfuz ^^ Dimenticavo!Prima di partire per la visita alla Cairo islamica mi sono fatta indicare da Nasser il punto sul Nilo dove sono attraccate le ‘awwamat, le case-battello tipiche del Cairo, raccontate da Mahfuz nel suo “Chiacchiere sul Nilo”. Nasser non era molto contento (non approvava molto ciò che scriveva Mahzuf), ma io ero troppo contenta di vedere questo pezzo di Egitto letterario! Dopo sono incappata anche in una discussione con lui sulla censura e sulla moralità della letteratura, meglio che non la facevo però, non vorrei averlo messo in imbarazzo ^^” , ma chi mi legge sa quanto sono combattiva su certe cose… Parentesi buffe: mia madre che ha storpiato il nome di Nasser in Sadat e poi addirittura in Saddam ^^” , facendomi crepare di risi XD (ovviamente non lo fa apposta); mio padre che parla con tutti in italiano e si fa capire non so come. Ormai è diventato “el-Baba”. E’ molto spontaneo e quindi tutti lo trovano simpatico. Il 17 siamo andati alla stazione ferroviaria del Cairo, Mahattat Ramses, e abbiamo preso il treno per Alessandria (treno Special per stranieri e prima classe ma peggio delle ferrovie italiane ordinarie, purtroppo. Qui tutti si muovono sempre e solo in taxi!). Lo staff dell’albergo non ha voluto che andassimo a zonzo alla mattina, e ci ha tenuto in hotel fino a che non siamo partiti per la stazione (avevamo il treno alle 14.00). Di questo purtroppo devo raccontare un’altra volta perché ora devo scappare dall’hotel superlusso con la connessione internet e rifugiarmi nel mio appartamentino da sola (i miei sono partiti poco fa) per altri 13 giorni, a fare ricerca su Alessandria per la tesi. E’ innegabile che ora mi sento un po’ sola…Ma passerà. Spero. Un bacio grande come il Cairo a chi passa di qua (18 milioni di abitanti!!!) Bene@
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