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"C'è un altro mondo, ed è in questo" (Paul Eluard)
Ho già spammato i miei contatti, ma ci tenevo a postare questo articolo anche sul blog, l'argomento mi sta molto a cuore...spero che sia stato utile scriverlo e cercare di diffonderlo in qualche modo...
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Buona lettura.Bene@ Sardegna all'asta - un appello alla Commissione europea Le istituzioni politiche dovrebbero essere il mezzo attraverso il quale le comunità umane riescono a raggiungere un ordine nuovo, superiore, che garantisca giustizia e voce a coloro che ne sono stati privati in un modo o nell’altro. Quando penso alle istituzioni europee, spero sempre che i paesi che ne fanno parte riescano a mettere insieme il meglio delle loro tradizioni culturali, politiche e sociali per far sì che democrazia e giustizia vengano assicurate ai cittadini quando vengono colpiti da gravi violazioni dei loro diritti. Purtroppo, invece, vedo che tra i paesi e le istituzioni europee si verificano spesso degli scollamenti, degli allontanamenti, come se ad un certo punto i singoli politici degli Stati membri si scordassero di quel progetto democratico e che li teneva uniti, tradendo i loro stessi valori. Mi sembra giusto portare un esempio concreto di questo “scollamento”. Siamo nell’isola di Sardegna ed è il 13 dicembre 1988. La Regione autonoma decide di varare una legge (L.R. 44/88) finanziata da contributi europei che permette alle aziende agropastorali di contrarre mutui a tassi agevolati come forma di aiuto alle attività agricole e pastorali della regione. Moltissimi cittadini decidono di farvi ricorso, fatto molto comune nel mondo dell’agricoltura, spesso soggetto a crisi dovute ad avversità atmosferiche e calamità naturali. Ma gli aiuti vengono revocati nel 1997. Con il Decreto n. 97/612/CE, infatti, la Commissione europea stabilisce che la loro erogazione è «illegale ed incompatibile con le norme del mercato comune in materia di aiuti di Stato». A monte, non un ripensamento delle istituzioni europee, ma la clamorosa inadempienza della Regione, che non notificò preventivamente la sua decisione alla Commissione europea come previsto dal Regolamento CE. Ora, è incredibile che, dopo più di vent’anni dall’approvazione della legge 44/88, a pagare le conseguenze (gravissime) della sua illegittimità siano state solo ed esclusivamente le aziende sarde, più di 7000, che non solo si sono viste togliere gli aiuti, ma hanno anche ricevuto intimazioni di pagamento dalle banche per l’altra parte dei prestiti, prima coperta da garanzia regionale attraverso i contributi europei. Il risultato è stato la crisi piena e totale del settore agropastorale sardo, migliaia di famiglie disperate e sul lastrico, centinaia di aziende e terreni venduti all’asta agli speculatori di turno. E le aste continuano ancora oggi, mentre Regione e Governi (di qualsiasi colore) restano a guardare. Tuttavia, il popolo sardo continua a lottare per la sua dignità e per il suo diritto al futuro. Mettere la Sardegna all’asta significa svendere un intero patrimonio economico, culturale e paesaggistico, un territorio dal valore inestimabile per l’Italia e per l’Europa intera. Il mio appello va alle istituzioni europee affinché esercitino pressione mediatica sul Governo italiano per far conoscere la crisi del settore agropastorale sardo a tutto il Paese e portarlo alla ribalta. Facciamo sì che i nostri valori, i valori europei da noi tutti condivisi, non rimangano solo parole.
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